La sintesi di questo articolo è nelle slide in fondo al testo
Un tredicenne accoltella l’insegnante di inglese e non se ne pente. Un diciassettenne progetta una strage a scuola trovando istruzioni in rete. Una ragazzina neanche adolescente si toglie la vita perché le compagne l’avevano bullizzata. Sempre più spesso i ragazzi sono protagonisti di violenti casi di cronaca. E sempre più spesso si associa il disagio giovanile all’uso sconsiderato della tecnologia. Ma è davvero tutta colpa dei social?
Dall’Australia all’Europa, passando per Brasile e Malaysia, c’è un dibattito in corso sull’opportunità di vietare i social ai minori. Molti paesi hanno recentemente introdotto limitazioni per gli under 15. Ma è troppo presto per valutarne gli effetti.
L’Australia ha vietato l’uso dei social ai minori di 16 anni da dicembre 2025. E la Gran Bretagna sta valutando di fare lo stesso. Dalla fine di marzo 2026 un gruppo di 300 teenager sta sperimentando l’impatto delle limitazioni, in termini di sonno, qualità della vita familiare e scolastica.
Il dibattito è aperto.
Ho letto un articolo interessante sul Times in cui l’autore smonta l’idea dei divieti e propone invece di far diventare meno cool l’uso del cellulare. O meglio, far passare la dipendenza da smartphone come una cosa da sfigati. Ma non sta già succedendo?
Più sei in alto nella catena alimentare e meno sei dipendente dalle app. Viceversa, se fai un lavoro di bassa manovalanza, hai molta più probabilità di dover scattare alla prima notifica. Come succede ai rider di Deliveroo & Co o agli autisti di Uber.
Più fai strada e più ti guadagni il diritto alla disconnessione, nuovo lusso di questa era, con tutto il corollario di digital detox retreats.
Dunque: potremmo sfruttare il meccanismo dell’approvazione sociale per limitare la dipendenza dal cellulare, anziché ricorrere ai divieti?
Anche perché: i divieti si aggirano, l’approvazione sociale meno.
Ma forse il punto è proprio questo: i giovani esprimono attraverso i social il proprio disagio, il mancato ascolto, la frustrazione dell’essere considerati “macchine da performance” anziché esseri umani in formazione, con il bisogno di parlare, prima di tutto.
A volte chiedono aiuto alla tecnologia. Perché la tecnologia non giudica. Ascolta, è sempre on, non si annoia. A volte ci si innamora tramite la tecnologia. E non è solo una “roba da ragazzi”.
Recentemente ho letto di una app di dating nata in Francia che promette di bypassare il coinvolgimento emotivo e andare al sodo. Evidentemente trovare un partner è problematico un po’ ovunque, e non solo per le nuove generazioni. Tant’è che c’è anche chi si fidanza direttamente con l’AI e con orgoglio (qui un caso recente).
I social non sono il problema, ma non sono neanche la risposta.
Le persone che non si sentono viste o ascoltate chiedono risposte ai social.
E i social sono lì per loro, non li giudicano e non li fanno sentire inadeguati.
Ricostruiscono un dialogo o anche una rete di contatti.
E se rivalutassimo quelli reali?
Ispiriamoci alla #goodnews della settimana: la trovate in fondo alle slide, oppure qui.
In copertina: Frustration of Utopia – Maria Papadimitriou – Curated by Claudia Gioia – Fondazione Morra Greco – 2025 – Photo by Valeria Laureano – Courtesy Fondazione Morra Greco





















