Ve la ricordate quella pubblicità che chiudeva con il claim “Perché io valgo”? L’Oréal, mi pare. Andava moltissimo quando ero piccola, ma non capivo che volesse dire e chiesi spiegazioni a mia mamma. Qualcosa mi disse, sicuramente, ma forse rimase tutto un po’ troppo astratto perché quella domanda mi ronza ancora spesso in testa: io valgo?
Qualcuno mi ha detto che i miei genitori non mi avrebbero guardata con gli stessi occhi se fossi stata tossicodipendente o fossi andata a occupare le case. Non sono sicura. In realtà sono abbastanza sicura che mi avrebbero voluto bene lo stesso, si sarebbero fatti in quattro per darmi una mano e si sarebbero indebitati a vita per ripagare i miei danni. Ma non è andata così. Sono sempre stata una brava bambina. Non gli ho mai dato pensieri (mai seri, almeno), mi sono laureata col massimo dei voti e pensavo che fosse il minimo sindacale a cui ero tenuta, mi sono levata dalle scatole il prima possibile, guadagni permettendo. Non volevo essere un peso (spoiler: non lo ero), volevo trovare la mia strada (ma non siamo sempre sulla strada per qualche parte?), soprattutto volevo essere autonoma e indipendente, il mio demone (uno dei).
Ho rispettato il copione, per un certo numero di anni. Poi l’ho stracciato e l’ho riscritto, allontanandomi un po’. Poi l’ho stracciato ancora e l’ho riscritto, ancora un po’ diverso. E ancora. Ho sofferto e sono guarita, ho sofferto di più e sono guarita comunque. Mi sento come se fossi morta molte volte e risorta altrettante.
Ancora oggi mi chiedo spesso chi sono e quanto valgo, se valgo.
Quasi sempre ho misurato il mio valore attraverso i miei traguardi: ma i miei successi non erano mai abbastanza. I miei risultati scolastici? Roba banale. Quelli lavorativi? Embè? Che si poteva fare di meno? La casa arredata da sola, il pagarmi l’affitto e le spese senza chiedere aiuto a nessuno? La macchina? L’assicurazione onnicomprensiva? Fondare una società e avere dei dipendenti? Tenere testa a decine di clienti, gareggiare per appalti, trattare sui contratti, riuscire a far quadrare i conti. Beh, non sei ancora Cavaliere del Lavoro…
Se mi fossi sposata e avessi avuto dei figli li avrei inseriti nella lista dei successi, ma la vita mi ha portata altrove. A fare cose intangibili, per lo più, cose difficili da misurare. Tuttora i più tra quelli che mi conoscono non hanno idea di cosa faccia per campare.
Per il lavoro che ho scelto mi sono spesso detta “cogito ergo sum”. Vivo nell’immateriale, non sono interessata al tangibile. Ma quindi sono o non sono? Il mio essere si misura da quanto valgono i miei pensieri?
Non ho costruito niente, mi dico. Non valgo niente, non lascerò nessuna traccia. E certo non cambierò i destini dei popoli, probabilmente. Ma avere un impatto sulle vite di poche persone ha davvero meno valore? Cosa pesa davvero sulla bilancia della storia?
Il fatto di esistere, di essere questa specifica incarnazione di particelle energetiche ha già di per sé cambiato il corso della storia. Per qualcuno in modo impercettibile, per altri in un senso più profondo e tangibile. Indipendentemente dai risultati che ho ottenuto o potrò raggiungere.
Valgo perché sono. Sum ergo sum. Il valore dell’esistenza non è altro che l’esistenza stessa. E vi sembra poco?
p.s. così a proposito di modelli culturali, l’immagine di copertina viene dritta da qui: