Stamattina avevo deciso di non gravare il mio zaino con un altro libro. Tanto ho quello a casa a Firenze che mi aspetta e sempre poco tempo per leggere nel weekend. Poi però di fronte alla libreria comune non ho resistito: Amos Oz. Mai letto, vediamo. Sarà un romanzo o una raccolta di poesie? Non sono riuscita a capirlo, ma poco importava. Magari mi aiuta a comprendere qualcosa di quella terra martoriata.
Subito dopo ho pensato alla gente che mi avrebbe vista con quel libro in mano. In questo paese dove l’antisemitismo è tornato prepotentemente di moda, promosso, apprezzato, sospinto da una certa sinistra solo per fini elettorali (incredibile eh? E invece).
Sai cosa? Lo esporrò a viso aperto. Se qualcuno mi dice qualcosa o mi guarda storto, avrò il coraggio di rispondergli. E non perché abbia le risposte, ma perché non mi stanco di fare domande, in un mondo che ti piazza continuamente pacchetti pronti da riscaldare giusto un attimo in padella.
Poi è successa una cosa: ho aperto il libro sul treno. Ho scoperto che era un romanzo, scritto in modo insolito e personale. Brevi paragrafi a galleggiare nella pagina, emozionati. Dialoghi interiori sconclusionati come i miei che si fondono naturalmente con i dialoghi veri. Allora si può scrivere anche così. E si può essere tradotti in 28 lingue, così. Incredibile.
Forse anche la mia scrittura ha un posto in questo mondo. E questa scoperta è tanto sconcertante quanto confortante.
Mentre mi avviavo alla fermata dell’autobus ho sorriso agli sconosciuti. E quando ho visto che il bus sarebbe passato dopo pochi minuti mi sono rincuorata. Solo che non era vero. Gli autobus non passavano a causa della solita manifestazione del venerdì degli studenti. Mi ha avvisata una ragazza con gli occhiali, un po’ disperata come me. Io ho imprecato, poi l’ho ringraziata e mi sono avviata a piedi fuori dal centro, in cerca di una fermata.
Per farlo mi sono dovuta fare largo tra i ragazzi.
Ho pensato al mio libro di Oz. Forse ora è il caso di nasconderlo per davvero. Ma che ne sanno questi di Amos Oz. Potrebbe essere turco per loro.
Ero sempre più arrabbiata con le manifestazioni senza senso. Questi studenti che scioperano con la felpa firmata, le unghie di silicone e le minicar ad aspettarli. Non per un motivo vero, ma per sentirsi vivi. Una categoria di cui ho fatto parte anch’io, qualche anno fa. Poi tornavo a casa e facevo i conti con i miei genitori che mi dicevano bonariamente che un tempo le manifestazioni erano state anche vere, che ci si andava rischiando di prenderle o di darle o ancora peggio: si rischiava davvero di cambiare le cose.
Vabbè. Sono cicli che si ripetono. A ogni giro però le cose sono leggermente diverse. Vogliamo sperare che siano a ogni giro un pochino migliori.
A quel punto ero davanti a SS. Annunziata e l’ho trovata aperta. Mai successo in 40 anni. Il chiostro era così luminoso e accogliente che la mia rabbia si è sciolta e sono entrata. Anche la chiesa era aperta, stava per cominciare la messa. Ho fatto in tempo ad affacciarmi e a bere tutta quella meraviglia colorata. Uno splendore così grande da rivaleggiare con Roma. E fin qui me l’ero persa! Sì, forse l’avrò immaginata, magari l’avrò vista su qualche libro d’arte, di sicuro me l’avevano raccontata. Ma scivolare lì dentro oggi, in una insolita mattina assolata di ottobre, in un orario strano e con il giovane parroco di colore che con autorevolezza cacciava fuori i turisti perché la messa stava per cominciare, beh, così è proprio un’altra cosa.
Se non avessi avuto un appuntamento dal dentista, sempre più imminente, forse sarei rimasta a sentire la messa.
Uscendo, poco più in là, ho sfiorato la sinagoga e incrociato un ebreo ortodosso con il figlioletto ortodosso, barba lunga per il padre, kippah per tutti e due, abiti tradizionali. A quel punto volevo sventolare il libro di Oz e dirgli con lo sguardo: eccomi, non sono una nemica io! Ma non mi hanno guardata e Oz è rimasto tranquillo.
Camminando in cerca di una fermata del bus, tra i cantieri della tramvia, mi sono domandata quante volte ancora questa giornata che era completamente vuota sulla carta mi avrebbe ancora sorpresa. Pensare che solo poche ora prima, quando il sole non era ancora del tutto sorto nel cielo rosa di Testaccio, stavo pensando a come avrei potuto e dovuto riempirla, a come avrei dato un senso a questa ennesima pagina bianca, sempre un po’ spaesante.
Alle 11 di mattina, invece, avrei già avuto materiale per un libro. Quanto al senso, forse, è proprio il continuare a cercare.
Quaranta minuti dopo, quando mi sono avviata a scendere da un bus finalmente trovato, a bordo del quale si era scatenata una piccola rissa verbale tra un vecchio e una ragazzina, con il coinvolgimento di una banda di badanti (dalla parte della giovane), ho ritrovato la ragazza che mi aveva avvisata della manifestazione. Ci siamo riconosciute e salutate. Chissà a che fermata era salita e come c’era arrivata lei su quel bus, fino all’altro capo della città. “Ce l’abbiamo fatta”, le ho detto. Lei si è messa a ridere. Io sono scesa.
In copertina: Martin Parr per Vogue