Io sto con Bono (a proposito degli appelli delle star)

io sto con Bono

Non riesco a farmi stare simpatiche le star di oggi. Non mi emoziona il clan Kardashian, per niente, mi sembra solo silicone. Non mi piacciono neanche un po’ i rapper e i trapper italiani che posano da belli e dannati ma sono solo belli e un po’ tatuati. Non mi smuovono niente le attrici e gli attori che firmano gli appelli contro Israele alla Mostra del Cinema di Venezia. E non perché non abbiano un punto. Ma perché non avverto un minimo di sostanza, di coerenza, di credo.

C’è stato un tempo – e sono stata abbastanza fortunata da crescerci dentro – in cui chi aveva una fama sapeva di aver conquistato anche un certo tipo di potere. Pensava di avere il potere di cambiare le cose. Pensava di avere il dovere di cambiare le cose. Sentiva di essere così fortunato da dover usare quella fortuna per restituire qualcosa. Sentiva il peso di quello stato di grazia.

Sono cresciuta dentro un’onda in cui le rockstar più famose e ricche del pianeta potevano pensare di cambiare il mondo incontrandosi tutte insieme in uno studio di registrazione. In cui si pensava che un concerto potesse contribuire a sconfiggere l’Aids o fermare una guerra. Ogni volta che ascolto Miss Sarajevo e Pavarotti prende il microfono mi viene un brivido. Ma pure i nostri Liga-Jova-Pelù all’epoca pensavano di farci capire qualcosa sulle guerre attraverso la musica. Apprezziamo lo sforzo.

Ho letto la biografia di Bono Vox. Dichiara i suoi errori e i suoi limiti, si pente di aver sposato alcune cause (come dargli torto), ma è pur sempre uno che poteva starsene nella sua villa a farsi i selfie e farsi pagare dai brand per indossare vestiti e ha preferito lottare per la cancellazione del debito dei paesi del terzo mondo. È uno che è andato in Centro America rischiando la vita quando era già una celebrità in Europa, si è seduto al tavolo con i grandi del mondo, si è messo a disposizione delle cause in cui credeva per tutta la vita. Credeva, appunto.

In cosa credono le Kardashian? E le varie Ferragni? Non riesco a farmele piacere. Era meglio la Gisele che portava Leo Di Caprio in Brasile ad appassionarsi alla causa ambientale.

L’estate 2025 è stata un’estate senza tormentoni, parola di Cecchetto, che è uno che se ne intende. Non mi stupisce: chi può squarciare questo strato di dipendenza da selfie, da FOMO, da forma senza contenuto? Nella tirannia delle visualizzazioni tutti inseguono l’onda, tutti fanno incetta di cuori, anche dal più acerrimo contendente di fanbase, ma poi? Cosa resta?

Con tutti gli errori di valutazione e le contraddizioni di una vita vera, io sto con Bono e gli U2. Li ringrazio per quella volta in cui un’azienda leader dell’automotive ha chiesto loro una canzone per uno spot e hanno detto no. E non era un no ideologico contro la specifica azienda. Non era un no contro le iniziative commerciali, perché ne hanno fatte di ogni (senza contare alcuni album che da fan ho considerato niente più che operazioni commerciali). Era un no per preservare un’idea, un’emozione. La sensazione, per dirla con le parole di Bono Vox, che “ogni volta che la suoniamo dal vivo sul palco scenda Dio”.

Senza scomodare le alte sfere, quella canzone non poteva essere associata a un’auto, qualunque essa fosse: c’è dentro la forza che ci vuole ogni giorno per fare una scelta tra bene e male, per mettere del valore nelle cose, anche piccole, per continuare a cercare qualcosa che valga la pena di essere vissuto fino in fondo. Per far vincere l’amore sulla paura. E per questo, non potrà essere mai fuori moda, né fuori produzione.