Dall’ultima edizione di Vinitaly mi sono portata a casa una riflessione che probabilmente va oltre il sistema vino. Il vino oggi è ovunque: te lo abbinano ai piatti, te lo valorizzano in percorsi di enoturismo, in musei, in bistrot fighetti, te lo raccontano come una grande storia d’amore per il territorio e di identità culturale. Ma alla fine mi succede quasi sempre questa esperienza: vado, assaggio, mi innamoro di un vino, vorrei comprare una bottiglia, non la trovo.
C’è qualcosa che non funziona.
Non credo che il vino stia attraversando una crisi economica. Mi sembra un settore vitale, in fermento, ancora capace di attrarre grandi investimenti. Eppure.
Credo che il vino stia attraversando un altro tipo di crisi: una crisi di accesso.
Tante innovazioni sono entrate in cantina negli ultimi anni. Sommelier digitali, Metaverso, blockchain, c’è addirittura un’azienda enologica francese che ha mappato il Dna del proprio vino e lo ha inserito in un qualche modo non riproducibile nella cera che ricopre la capsula, per scongiurare le frodi.
Si sente sempre più spesso parlare di vitigni Piwi, un tempo confinati nel circoletto degli esperti, di vini naturali, orange, affinati in anfora e ancor più spesso di No e Low Alcol, la vera nuova tendenza – pare – tra i giovani e i giovanissimi.
Non sempre Stati e mercati sono attrezzati ad accogliere queste novità. Ma i produttori ci provano e investono in Ai, in experience eccetera. Forse però il punto non è questo.
Il linguaggio del vino è lo stesso da decenni, il famoso sottobosco, il mughetto, la nota ematica, l’unghia e così via. Un linguaggio che allontana, più che avvicinare chi non lo conosce. Le degustazioni sembrano fatte più per vantarsi di riconoscere quell’accenno di pepe bianco che per emozionare chi sta assaggiando per la prima volta un calice. Le manifestazioni si assomigliano tutte: grandi vetrine dove puoi trovare cose super interessanti. Ma poi se desideri ri-trovarle per gustartele a casa o al ristorante, devi praticamente mettere in programma un weekend a caccia di quella specifica cantina (e non è nemmeno detto sia equipaggiata allo scopo).
Forse prima di innovare, il vino dovrebbe pensare a farsi trovare.
Forse, potrebbe ispirarsi proprio alla vite e in generale a quello che guida le piante: cambiamento, adattamento, ricerca del terreno migliore, senza perdere il proprio Dna. In una parola: evoluzione. Se si interrompe, la pianta deperisce e muore.
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