Non voglio star qui a dirvi quanto sia catartico l’atto di ritrovare, catalogare, buttare, ricordare e infine trasferire tutte le vostre cose fondamentali in un nuovo accogliente nido. Sospetto che già lo sappiate. Spero per voi solo per sentito dire.
No, se c’è una cosa che ho capito dei traslochi è che sono capaci di mettere a nudo l’anima, ma non solo di chi trasloca: di chi ha intorno.
Un trasloco diventa una comunità. Se ci metti dentro anche qualche lavoretto di manutenzione straordinaria o piccole ristrutturazioni può diventare anche una società strutturata. In cui trovi ogni genere di professione, provenienza, umanità.
Dai peggiori (casi umani / egoisti / indifferenti / ignavi) ai migliori (generosi / comprensivi / educati / santi).
Tra i peggiori il podio per me se lo conquista il corriere che consegnava un pacchettino da un grammo nel mio palazzo e non ha avuto nemmeno la buona creanza di tenermi aperta la porta mentre cercavo di portare fuori un metro cubo di scatolone (figuriamoci proporsi di dare una mano).
Sul gradino più sotto la vicina di casa che ha aspettato che vuotassi l’ascensore senza alzare un dito, anche un po’ indispettita per il fatto di non averlo subito disponibile (per salire al primo piano). Il girone degli ignavi che mi hanno vista in difficoltà e sono rimasti a guardare è comunque molto popolato.
Per non parlare di quello dei casi umani (a partire da quelli che fingono di non vedere/non sapere/non esistere).
Tra i generosi che mi hanno offerto una mano (tolta la cerchia di amici stretti e parenti), sale sul podio il signore bengalese che fa le pulizie nelle scale del mio ex palazzo.
Il più ben educato: l’inquilino britannico del quinto piano, che, tenendomi aperta la porta dalle 4 alle 5 volte al giorno, si è guadagnato il titolo di lord.
Tra gli inaspettati emissari dal cielo: una ragazza che passava davanti al portone del palazzo ed è tornata indietro per aiutarmi con uno scatolone più grande di me (esistono queste persone!).
Poi ci sono i santi: quelli che hanno un trapano, che sanno inventare soluzioni, che ti accompagnano all’Ikea e non si annoiano, che non si arrendono di fronte alla tua impossibilità di scegliere i vestiti da tenere e quelli da dare via, che ti danno spago quando continui a vagliare le vernici per mobili e ricordare l’importanza dell’antitarlo, quelli che ti offrono consulenze specializzate sull’uso della bolla e di come montare le mensole, che sopportano le crisi isteriche di fronte a un attaccapanni e lo scoraggiamento totale davanti agli scatoloni di libri, che si fanno carico di scelte strategiche come il colore di una porta e non criticano il tuo sistema di illuminazione pirotecnico.
Ecco, queste sono le anime che voglio tenermi più vicine e che voglio ringraziare. Ovunque io sia, siete voi casa mia.
In copertina: Laurina Paperina, Flames of hell, 2016.