In questa mia età che non so più esattamente a cosa corrisponda nei vostri parametri umani contemporanei, l’altra sera mi è tornato in mente il claim di una pubblicità che diceva “se non ti lecchi le dita, godi solo a metà”.
Ora voi avete due possibilità: potete darmi del dinosauro o seguire il mio ragionamento.
Per anni – buona parte della mia vita – ho pensato che mostrare le proprie debolezze fosse molto pericoloso e assolutamente da evitare. Un atteggiamento a dir poco contraddittorio per una persona che è sempre stata – e con un certo orgoglio – quella a cui gli altri (amici e amiche, conoscenti e sconosciuti) hanno sempre raccontato i più reconditi segreti.
Ho sempre difeso la privacy di ciascuno e il mio diritto a non giudicare, non commentare, sdrammatizzare laddove e confortare dove invece.
Sono sempre stata – e ho sempre voluto essere – quella che c’era. Quella che c’è.
Poi però ho capito una cosa: che se non ti sporchi le mani, resti solo un supporto. Un conforto magari, ma non certo una soluzione.
Probabilmente una soluzione non la diventerai mai.
Ma se metti in comune i tuoi guai, quelli possono diventare la soluzione per qualcuno. Se ti metti in gioco, anche l’altro si metterà a nudo più di quel che faceva. La smetterà di raccontarti solo la parte che pensava fosse adeguata, giusta, idonea alla sua immagine, e ti dirà la parte scomoda. Quella parte dura da mandare giù, la parte che ti farà soffrire ma che ti farà anche capire, comprendere, giustificare.
Quella che ti farà pensare: “anche tu”. E poi: “siamo tutti naufraghi”.
E infine: “prendiamo questa onda insieme e vediamo dove ci porta”.
Siamo soli sempre.
Ma non siamo mai gli unici.
Alla fine dei conti, siamo sempre tutti esseri umani.
In copertina uno scatto di Eiji Ohashi della magnifica serie “Time to shine”