Dal libro che sto leggendo (uno dei, perché in questa fase della vita mi piace leggerne più di uno alla volta), è scappato fuori uno scontrino. Lì per lì l’ho osservato cercando di capire quando e dove avevo comprato pizza, crostini e “crostini speciali”.
Poi è scappata fuori una ricevuta di un bancomat in cui c’era stampata la scritta: “mi è stata offerta un’alternativa in valuta locale ma ho preferito US Dollars”.
Ok, dunque la precedente proprietaria di “Murder on Sex Island” era americana. Ed era stata nel mio palazzo di Testaccio poco tempo prima, perché la data riportava: 12 giugno 2026.
Ero da poco “sbarcata” a Testaccio il 12 giugno e quel libro l’ho “raccolto” dalla libreria comune che si trova nel mio cortile, pochi giorni dopo.
Avendo prelevato dollari mi sento di ipotizzare che la donna in questione (perché sono sicura che questo libro lo abbia scelto una donna) sia ripartita poco dopo, liberando un po’ di posto in valigia. Forse era ospite di qualcuno o forse nel mio palazzo c’è un appartamento dedicato agli affitti brevi. In caso, lo scopro adesso: non ho visto fin qui persone con trolley al seguito, tranne me.
Questa ricevuta, sbucata fuori mentre leggevo sull’ennesimo treno, mi ha fatta riflettere sul mio palazzo e sul mio quartiere romano, su quante storie custodisce e mi “fornisce” ogni giorno, ogni minuto, nei modi più improbabili.
Ci ho pensato un po’ prima di pubblicare sui social immagini reali della mia casa a Testaccio. Sapevo che non corrispondevano all’immagine che le persone avevano di me e all’idea che si erano fatti della mia vita romana. Sapevo che sarebbero risultate “non abbastanza” agli occhi di molti.
È difficile spiegare la poesia, ancora più difficile far capire a chi non lo vive lo spirito e l’energia che quel posto custodisce e restituisce sotto forma di storie .
Siamo assuefatti al fatto che sui social finisca solo la parte migliore di noi, pretendiamo tutti di essere ricchi, arrivati, perfetti, almeno sul piccolissimo schermo. È ciò che ci si aspetta, è ciò che è socialmente accettato e riconosciuto.
Le persone si aspettano che tu fornisca loro il sogno della perfezione, magari si vogliono illudere che almeno tu ce l’abbia fatta a raggiungere l’irraggiungibile, magari ti invidiano anche un po’ ma questo desiderano: che tu rispetti lo standard del sogno inafferrabile.
Per me invece non c’è niente di più simile a un sogno rispetto a quella luna appesa sopra al mio palazzo sgarrupato, la sera, quando rientro dopo una tipica serata romana scanzonata e la trovo ad aspettarmi in cima alle scale, così vicina che sembra di toccarla. Un sogno afferrabile, una vita che ci ho messo una vita a comprendere, elaborare, ristrutturare, smembrare e infine ricostruire ex novo su basi sbagliate, ma più giusta per me. È ancora un work in progress. Ma non è proprio questo il bello del viaggio?