Altre vite e altre famiglie

vite e famiglie parallele

Non so perché in ogni situazione mi devo immaginare una vita parallela. Mi immedesimo, mi rivedo talmente in certe situazioni, è come se fossi la protagonista della storia. Se fossi in grado di immaginare il seguito potrei scrivere decine di libri. Ma non lo sono.

Però ho una buona memoria per queste situazioni assurde.

Mi ricordo con colori vividi e suoni realistici il momento in cui, la prima sera che eravamo in Texas, ordinai un piatto tipico nel pub dove ci eravamo fermati. Ovviamente Simone era in sciopero della fame, io invece mi volevo subito immergere completamente nella situazione. Anzi: far entrare la situazione dentro di me, attraverso quel piatto di carne piccante fatta non so come ma a metà strada tra gli States e il Messico.

Mi ricordo perfettamente il bartender che mise il piatto sul bancone, i lineamenti e l’espressione che aveva mentre canticchiava la musica in sottofondo. Ed Sheeran.

Mi immaginai subito un’altra vita lì, da frequentatrice seriale di quel pub, dove non sono più rientrata. Con quel bartender che nella mia testa ha la faccia e il corpo di Justin Theroux.

Poco dopo il mio gustosissimo pasto ci spostammo in un locale blues. Come quello di stasera solo 10 volte più grande. Stasera, guardando la bartender ho pensato alla vita che avrei potuto vivere se avessi fatto quella vita. Non ci sono andata lontana.

C’è stato un periodo – breve – in cui l’ho sperimentata. E mi piaceva. Mi piaceva così tanto che da “lavoretto per pagarmi gli sfizi durante l’università” avevo pensato che potesse diventare il mio lavoro vero. Mi ero comprata un libro – un librone con la copertina rigida – con le ricette dei cocktail secondo l’Iba, che pareva il tribunale della mixology.

Fatto sta che per un qualche motivo poi la passione mi passò. Forse era troppo superiore la passione di svegliarsi presto e sentire gli uccellini e il furgone che consegnava i giornali nella città ancora addormentata e pensare di essere in anticipo su tutti, non costantemente in ritardo.

O forse fu come al solito che mi innamorai e privilegiai qualcos’altro.

Eppure stasera, vedendo questa ragazza così magra, giovane e bionda, con i capelli lunghi rinchiusi in una crocchia, miscelare l’impossibile non facendosi caso delle richieste horror tipo il “Campari e Coca”, ho pensato a come sarei e a dove sarei se non fossi uscita da dietro al bancone.

Chissà se sarei più felice, chissà se sarei qui, a Roma.

Di sicuro so cosa non sarei: non sarei la bartender fighetta vestita da Gucci che fa gli shooting e va alla Cocktail Week. Dio ci scampi (mi scampi). Potrei invece essere qui, in un locale piccolo ma con personalità, con clienti stranieri ma anche italiani e soprattutto tutti appassionati di qualcosa – in questo caso il blues.

E credo che avrei cercato, come cerco sempre dopo qualche ora di libertà o di solitudine o di evasione, una famiglia, una comunità a cui appartenere e fare ritorno ogni giorno, in “orario ufficio”.