Sto plasmando una casa con pezzi di altre vite, qualcosa arriva dalla cantina di Firenze dove ho accumulato oggetti, libri, quadri e bottiglie appartenenti a diverse generazioni. Qualcosa viene dal negozio vintage all’angolo, qualcosa da Porta Portese, qualcosa dall’Ikea, qualcosa dal pakistano che vende piante e salumi.
Ho una personalità nomade, frazionata tra più città, più famiglie e più ruoli.
Eppure ognuno di questi frammenti fa parte di un qualcosa di unico, una sorta di mosaico cangiante, che tende ad espandersi in più direzioni.
Ha assunto un significato particolare, in questo momento della mia vita, visitare la mostra Broken, in corso a Palazzo Strozzi.
Quanti significati ci sono dentro questi frammenti?
Infiniti. Diversi. Ma tutti potentissimi.
Attraversando la prima sala ho pensato al destino degli idoli, che prima innalziamo, veneriamo e poi cerchiamo di distruggere e addirittura far sparire, come se ci vergognassimo di loro. Destino capitato a divinità, faraoni, imperatori, dittatori.
Ma non c’è solo questa idea di transitorietà nei frammenti.
C’è l’ineluttabilità degli elementi, che si abbattono su navi, statue, mausolei e ne fanno ciò che vogliono.
C’è l’inutilità della rincorsa alla ricchezza, al dominio, al prestigio.
C’è la disgregazione dell’io come condizione esistenziale a cui ci siamo condannati con la modernità.
C’è la capacità di riconoscerla e viverci dentro, portandosi una valigia appresso piena di significato – e anche di statue sacre – come l’artista vietnamita Dahn Vo.
C’è la capacità dei sentimenti umani di resistere a tutto questo. E la pietà scomposta della Scuola di Praga lo testimonia plasticamente.
Perché in fondo, ogni frammento, ogni pezzetto di marmo levigato, attaccato dagli organismi del mare, dalla furia cieca o dalla voglia di riscatto e cambiamento, ogni resto scagliato nell’ignoto e arrivato nei modi più disparati fin qui, anche dopo 4000 anni, porta ancora dentro di sé quella scintilla. Quell’energia inspiegabile dalla fisica che chiamiamo anima.